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Psicomotricità 0-3 anni - la funzione dello SGUARDO

PsicomotricitàPosted by Dott.ssa Valentina Campetelli Mon, November 12, 2018 14:32:49




LO SGUARDO DELL’ADULTO, FUORI E DENTRO LA SALA DI PSICOMOTRICITA


La nascita del bambino è il momento di un incontro con uno sguardo, quello dell’adulto, che attua un riconoscimento. L’adulto riconosce l’esistenza del bambino, e gliela restituisce attraverso il suo sguardo.

Si potrebbe dire che il bambino esiste per la prima volta nello sguardo degli altri. Questo riconoscimento originario è alla base del lungo percorso che ciascuno fa verso la soggettivazione e l’individuazione.

Quando si dice che l’Io ha le sue radici ancorate nel corpo si intende proprio questo: il primo luogo in cui si ancora il senso di identità della persona è il corpo, non solo nella sua dimensione biologica ma anche, soprattutto, nella sua dimensione relazionale.

Donald Winnicott, noto psicoanalista, sosteneva che la madre (ma, si potrebbe dire, l’adulto significativo in generale) guardando il bambino, e scorgendo in esso una persona, rimandi al bambino questa stessa immagine.

E’ all’interno di relazioni significative, che veicolano emozioni ed affettività, che avviene lo sviluppo psichico e corporeo del bambino, e questo intreccio è indissolubile, tanto che il buon andamento delle une condiziona anche gli aspetti corporei, motori e cognitivi.

All’inizio della vita, non è solo lo sguardo a permettere il primo radicamento dell’Io nel corpo: anche il contatto, la manipolazione e il sostegno offerto dall’adulto che lo tiene in braccio, fanno sì che gradualmente il bambino identifichi nel proprio corpo un contenitore e che sviluppi un’immagine corporea. L’immagine corporea non è la conoscenza del corpo (come quella che può avere un adulto, fatta di nozioni rispetto alle parti del corpo ed ai loro rapporti reciproci, e che ha una componente cognitiva). Piuttosto, essa è un’immagine inconscia, che si nutre delle memorie profonde dei primi vissuti corporei e di relazione, e che riemerge sempre, in modo spesso inconsapevole, nel modo unico ed originale che ciascuno ha di abitare il proprio corpo, di sentirsi più o meno bene in esso, e di relazionarsi alle situazioni e agli altri.

Maria Montessori diceva: “I movimenti del bambino piccolo investono tutta la sua sfera esistenziale”.
Ciò significa che non è possibile scindere, nel bambino piccolo, strutturazione dell’identità, vita psichica ed affettiva, sensorialità e motricità. Essi si coordinano insieme, in un gioco continuo di travasi da una sfera all’altra, in cui i confini non esistono, e in un movimento globale di ogni bimbo attraverso le esperienze che concorrono alla sua crescita.

Col tempo, mano a mano che si struttura, il bambino ha meno necessità di un contatto continuo, corporeo, visivo, uditivo, con gli adulti di riferimento per avere garantito un senso di continuità della sua esistenza. Ciò vuol dire che riesce a tollerare piccoli momenti di attesa in cui l’adulto non è immediatamente disponibile, senza sentire dispersa la propria integrità.

Questo avviene perché le esperienze ripetute fanno sì che si creino delle memorie profonde e delle “immagini”, sia delle interazioni con gli adulti importanti che dei propri vissuti ed acquisizioni corporei e motori. Lo sviluppo motorio fa sì che il bambino si senta sempre più in grado di controllare il proprio corpo e di modificare la realtà, e gradualmente il suo interesse si sposta anche sull’ambiente che lo circonda, si estende agli oggetti, agli spazi.

Quando il bimbo inizia a camminare l’esplorazione dello spazio si libera da ogni impedimento fisico, e il desiderio di scoprire il mondo ha un’accelerazione incredibile, tanto che alcuni autori parlano di “seconda nascita”. Con l’acquisizione della parola, poi, si guadagna uno strumento che permette di “stare vicini nella distanza” e di veicolare i propri pensieri, stati d’animo, desideri, intenzioni senza bisogno che ci sia uno stretto contatto corporeo, che è invece necessario all’adulto per comprendere lo stato in cui si trova il suo bambino quando è molto piccolo, per capire se sta bene o male, se ha fame, sonno, se si sta agitando o è invece rilassato, e così via.

Dalla comunicazione “tonica” si passa ad una comunicazione più mediata, veicolata da strumenti simbolici come la parola.

A questo punto, però, talvolta accade che gli adulti ritengano che i bimbi siano sufficientemente grandi da non avere più bisogno di quel “rispecchiamento” che abbiamo visto essere fondamentale nelle prime fasi della vita e che sta all’origine del senso di identità, corporea e psichica, della persona. Come se l’accesso alla dimensione della parola diminuisse molto le distanze adulto/bambino e permettesse ai “grandi” di applicare le proprie categorie di pensiero ai loro piccoli. Questo danneggia la capacità dell’adulto di sintonizzarsi sui bisogni del bambino: questa sintonizzazione doveva essere massima nei primi mesi di vita, quando il neonato dipendeva totalmente dalla mamma, ma continua anche nella crescita ad essere fondamentale affinché il bambino senta che l’adulto ha uno spazio mentale riservato a lui, che sia, cioè, disponibile.

La presenza mentale degli adulti funge da contenitore per il bambino, che sta imparando a conoscere e gestire le proprie emozioni e che, se da un lato è sempre più autonomo, dall’altro proprio per questa crescente autonomia ha bisogno di rassicurarsi rispetto alla solidità del legame con le persone amate.

Come Pollicino che si allontana da casa e vive delle avventure ma ha bisogno di lasciare delle tracce per tornare indietro, tutti i bambini devono sentire e sperimentare la certezza della presenza di un adulto che li accompagni nelle loro esplorazioni come presenza interiore stabile e che sia però sempre lì ad aspettarli nel momento in cui fanno rientro alla base. Altrimenti, si inibirebbe il desiderio di esplorare e di aprirsi agli altri, perché questo risulterebbe potenzialmente “pericoloso” per i legami più importanti, che sarebbero vissuti come incerti.

La disponibilità mentale dell’adulto verso il bambino fa la qualità del tempo passato insieme: non è importante tanto la quantità di tempo a disposizione per giocare, leggere storie, raccontarsi, fare cose insieme ai propri bimbi (anche perché, spesso, rispetto a questo siamo impotenti), ma quanto siamo presenti mentalmente a ciò che stiamo facendo, o che il nostro bimbo sta facendo. Questo tempo “pieno” che nasce dalla disponibilità viene immediatamente percepito dai bambini, che sentono allora di essere all’interno di una relazione rassicurante, stabile, affettivamente ricca. Si sentono importanti perché i grandi li guardano mentre fanno le loro conquiste, saranno fiduciosi di allontanarsi e di aprirsi al mondo perché la strada a ritroso è sempre percorribile.



Perché i percorsi Psicomotori genitore/bambino 0-3 anni:

All’interno delle sedute di psicomotricità genitore/bambino si ha la possibilità di sperimentare uno spazio dedicato, preservato dagli impegni, dalle richieste e dalla mancanza di tempo quotidiani, per fermarsi e porsi in ascolto del proprio bambino. Lo si può osservare giocare e giocare con lui, sentire le forti emozioni provocate da quanto vive in sala ed accompagnarlo in questo percorso nel modo più speciale che per lui possa esserci: diventare grande sotto lo sguardo di mamma e/o papà, affermando la propria identità, mostrando le proprie conquiste ma anche avendo la possibilità di tornare a “ricaricarsi” affettivamente quando ne sente il bisogno.

Non bisogna avere timore che, a causa della propria presenza, i bambini poi faranno fatica a “staccarsi” e non riusciranno ad entrare in sala di psicomotricità da soli, proprio per quanto detto sopra: la crescita del bambino ha dei tempi naturali, per cui gradualmente, se avrà potuto interiorizzare la stabilità della relazione con gli adulti importanti, spontaneamente non avrà più bisogno della presenza del genitore.

Vale quindi la pena di avere una presenza “attiva”, non solo nel gioco, ma, anche quando si è in una posizione più defilata, cogliendo l’occasione di osservare e mostrando la propria presenza con sguardo e parole, perché questo crea una grande qualità del tempo trascorso in sala e, invece che trattenere il bambino, sarà il trampolino di lancio per la sua capacità di giocare con i compagni e da solo in modo sereno e sicuro, anche senza di noi.





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